Ali di Vita Associazione Onlus dedita alla sensibilizzazione ed aiuto sui Disturbi del Comportamento Alimentare

Vuoi essere i miei occhi?: tratto dal Progetto “Pensieri e Parole….uno sguardo alla Vita!”

Raccolta di testimonianze inviateci per il progetto “Pensieri e Parole”…

 


Vuoi essere i miei occhi? 



Sono Francesca e, fatalità, sono nata il 2 Giugno, ve lo dico subito ... non ci sono più. 

Il mio viaggio terreno si è concluso quasi dieci anni fa, ne avevo 46 ma, vi prego, non intristitevi, sono stata felice anch’io a volte e voglio raccontarvi proprio uno di quei momenti. 

Voglio raccontarvi di una, troppo breve, estate felice. 

Erano passati già alcuni anni da quando ero caduta nel baratro dell’anoressia e della tanta gente che faceva parte della mia vita anche a me successe di realizzare che, alla fine, le persone che continuavano a starmi vicino, nonostante non fossi più la bella ragazza di un tempo, fossero ben poche. 

Anche la mia famiglia mi era distante, per loro ero una malata immaginaria, una persona ossessionata dal culto della bellezza e paradossalmente della salute, la stessa di cui godevo sempre meno, ma in effetti, col senno di poi, dalla mia famiglia non avrei dovuto aspettarmi nulla di buono visto che i miei problemi nascevano proprio lì, prima che io non accettassi il mio corpo furono loro a non accettare me. Il mio amico Sergio mi disse un giorno che mi vedeva nell’ambiente familiare come una pecora bianca in un gregge di pecore nere e forse aveva ragione. 

Mi si riconosceva bellezza e intraprendenza, ironia e sagacia, il mondo mi vedeva gioiosa e istrionica, carismatica e divertente ed anche una valida professionista ma i miei occhi e il mio sentire si ammalarono e vedevano altro. Credo mi sarebbe bastato poco per ottenere un accettabile grado di equilibrio, qualche parola buona in più da parte di mio padre e qualche gentilezza in più da mia madre e dai miei fratelli. 

Forse. 

Fra le poche persone sopravvissute al mio cambiamento c’era Sergio, un’amicizia con lui durata quasi trent’anni.

Come a volte accade il nostro rapporto cominciò malissimo, ci trovammo compagni di classe e lui, originario della Sicilia si trasferì con la famiglia nella mia Toscana.

Arrivò con qualche settimana di ritardo e con le altre ragazze guardavo con curiosità all’arrivo del siculo, di cui ci era stata preannunciata la venuta, con grandi aspettative. 

Ci figuravamo un bel moro aitante e muscoloso, un giovane virgulto mediterraneo ed invece arrivò lui, basso, grassottello, occhialuto e dal forte accento siciliano ... una cocente delusione !!! 

Ed io, che allora della stronzaggine ero regina, ne approfittai per rimarcare quel ruolo prendendo in giro pesantemente l’ultimo arrivato. 

Il suo odio mi arrivava forte e chiaro, come quel dizionario che una volta, esasperato dai miei continui sfottò, mi lanciò in direzione pieno volto. Poi, incredibilmente, le cose cominciarono a cambiare, nonostante il mio comportamento sentivo quanto, anche lui come il resto del mondo, fosse attratto da me ed anch’io iniziai a vederlo con occhi diversi. 

Di Sergio mi colpiva la curiosità che aveva nei confronti del mondo, tutto incluso, e di tutto leggeva e di tutto ascoltava, aveva fame di conoscenza e una frenesia fuori dal comune, tutto gli destava uno stupore coinvolgente, c’era un germe in lui che mi catturava sempre più. Credo che l’origine di questo cambiamento vada ricercata nel fatto che avevo capito quanto Sergio fosse un diverso, come me, diverso da me. 
Diventammo inseparabili e riversammo l’uno nell’altra tanto di ognuno di noi, e quante risate e quante chiacchiere notturne, i nostri occhi avevano trovato un linguaggio tutto loro e le parole, sempre più spesso, divennero inutili. 

Sergio si allontanò dalla Toscana per motivi di lavoro ed io cominciai a vivere i problemi alimentari causati dal mio male di vivere, ma il nostro legame rimase sempre saldo. 

Come a volte capita fra gemelli, incredibilmente, lui sapeva quando il mio malessere arrivava a livelli insopportabili e, proprio allora, Sergio decideva che fosse arrivato il momento di farmi visita. Ogni volta avessi bisogno di lui me lo trovavo davanti, nonostante per pudore io non gli dicessi nulla e nonostante una grande distanza geografica, quando avevo bisogno di lui, lui c’era. 

Il vortice dell’anoressia mi aveva catturata completamente e in una delle visite di Sergio, che ormai abitava stabilmente in Sicilia, mi convinsi, dietro sua forte insistenza, a seguirlo nella sua terra dove rimasi per un’intera meravigliosa estate nella speranza di migliorare qualcosa della mia vita. E così fu.

Sergio stava cambiando il suo corpo, l’adolescente grassottello e goffo si era trasformato in giovane uomo dal corpo tonico e asciutto dove spiccava un paio di occhi di un verde intenso illuminato da screziature dorate, aveva una bellezza inconsapevole densa di fascino ma ciò che lo rendeva unico era l’entusiasmo che metteva in ogni cosa e che fu per me nutrimento prezioso. 

Andammo in giro per la Sicilia, visitando posti splendidi conoscendo splendide persone e vissuto esperienze incredibili, dall’andare nottetempo al lago di Venere di Pantelleria per coprirci interamente dei suoi fanghi termali al chiar di luna ai bagni notturni in un mare caldo e accogliente come un grembo materno, alla visita ad un’altra Venere, quella ericina, dove ascoltai da Sergio il racconto appassionante del culto delle sacerdotesse del tempio a lei dedicato, prostitute sacre che celebravano riti orgiastici dedicandoli alla dea, talmente amata da essere benvoluta anche dai romani che ne eressero un tempietto anche a Roma. 

Queste esperienze mi costarono tante energie che non avrei dovuto disperdere vista la mia condizione fisica, ma l’unica condizione che Sergio pose e che suggellò il nostro patto fin da subito fu quella che nulla mi sarebbe stato impedito, dal fare tardi in discoteca alle attività sportive solo se il cibo di cui mi sarei nutrita e le relative calorie introdotte fossero state, anche di poco, maggiori di quelle utilizzate. E così fu. 

Sergio mi fece un dono preziosissimo. Andammo a Favignana, una delle isole Egadi, e arrivammo in quella sua casa nel pomeriggio, il luogo era di una bellezza mozzafiato, una fitta pineta nascondeva poche bianche case dalle finestre blu, il mare con il suo profumo a pochi passi, la musica delle onde in grado di calmare il più intemperante degli animi e tutto questo mi sarebbe bastato ma il bello era ancora da venire. 

Arrivò la sera e, terminata la cena, Sergio mi disse di chiudere gli occhi e mi accompagnò fuori in veranda dove mi fece accomodare su una delle due sdraio e tenendomi la mano mi disse di aprire gli occhi che, per effetto della posizione, erano rivolti verso l’alto. 

L’immagine mi mozzò il respiro, il cielo stellato più bello del mondo era sopra di noi. 
Sergio aveva aspettato una notte senza luna per portarmi lì, su quel cielo nero nero spiccavano le stelle e le costellazioni erano visibili con estrema nitidezza, vicine quasi da poterle toccare. 

Quell’infinità di luci veniva sottolineata dal fascio di luce del faro che ne interrompeva la visione per restituirla subito dopo intatta ed ancora più bella con un ritmo così magico da condurre la mia anima in una danza senza fine. 

Passarono lunghi minuti prima di poter proferire parola, arrivarono prima le lacrime, calde e liberatorie. Ero felice. 

E delle belle cose che successero una riguardò proprio il mio rapporto con il cibo, il mio nuovo benessere emotivo mi portò ad accettare di mangiare cibi che avevo eliminato da anni, soprattutto quelli che amavo di più, per non gratificare quel mio corpo che detestavo, quei cibi, per me, erano banditi.

Non ricordavo quanto fosse buona un’albicocca, mi fu offerta da Sergio e il solo pensiero di ingerirla mi terrorizzava, ma mi feci forza, la portai alla bocca e sentii con chiarezza la sua crescita, da fiore a frutto con dentro tutto il sole della Sicilia, il calore che ne aveva scaldato la buccia e addolcito la polpa adesso scaldava me, la sua morbidezza allentava le mie tensioni, l’esplosione di gusto invase la mia bocca, e per un attimo lunghissimo la gioia che, in forma di vibrante scarica elettrica attraversò il mio corpo, colmandolo. 

Un semplice piccolo frutto era stato più forte di me per anni ma quella volta ebbi io la meglio, vinsi io.

La cosa più bella e più intensa di quella rinnovata esperienza fu l’assenza del senso di colpa per essermi data quel piacere, l’albicocca raggiunse il mio stomaco e da lì continuò il suo percorso senza che il mio cervello interferisse, dopo tanti anni era la prima volta che succedeva. Mi lasciai avvolgere da quel piacere, senza pudore, senza vergogna e soprattutto senza sentirmi colpevole. 

Passarono diversi anni da allora ma il ricordo di quell’albicocca e di quella estate felice mi accompagnò fino alla fine e lì mi rifugiavo ogni qual volta sentivo pressante il bisogno di quel calore e di quella gioia di cui ero sempre stata affamata. 

Sergio è stato quell’amico con cui riuscivo a comunicare con gli occhi, gli stessi con cui, intubata in un letto di ospedale, anni dopo lo salutai per l’ultima volta piangendo silenziosamente, finché volsi lo sguardo dall’altra parte e, come ogni altra volta, Sergio capì quanto volessi dirgli, doveva andar via.

Sergio mi ha regalato alcuni anni di vita e, fra i tanti, il meraviglioso ricordo del sapore della più dolce delle albicocche. 

Se qualcosa di buono può nascere dalla mia storia è che a volte risulta necessario fidarsi e affidarsi perché ci sono strade che non è possibile percorrere da soli, non va chiamata sconfitta nè viltà ma condivisione, come è vero che gioire in due è più bello così come condividere un peso risulta meno grave, più leggero. 

Io l’ho fatto appena messo piede in quella meravigliosa terra di Sicilia, a San Vito lo Capo, ero lucida e consapevole, sciolsi il nodo in gola, e, prese le mani di Sergio fra le mie, gli chiesi di essere i miei occhi, per il tempo in cui saremmo stati insieme. E così fu. 

Dopo quella meravigliosa estate tornai in Toscana con quattro vitali chili in più, dei ricordi intensi e splendidi e un entusiasmo nuovo che mi accompagnò per quei pochi anni che mi rimasero. 

Qui dove sono a volte mi capita di riflettere che forse se la mia famiglia si fosse fidata di me ed io mi fossi, di conseguenza, affidata a loro il mio viaggio sarebbe proseguito. 
Forse. 

Sergio Casadei 



 (Tratto dal Progetto “Pensieri e Parole…uno sguardo alla Vita 2” in collaborazione con goccecolorate.wordpress.com - Daniela Bonaldi)



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